Capitolo dal libro "DOMANI SI PARTE"

" Intermezzo notturno "

" Cosa si può fare anche di notte"

 

Pedrengo, 20/09/2000.

E’ notte inoltrata da qualche ora Samuel si è addormentato ed io lo osservo nel letto matrimoniale, sdraiato al mio fianco, nella penombra della notte i suoi lineamenti sono sfumati alla mia vista, ma con gli occhi dell’amore vedo però il suo viso radioso.

Anche stanotte, come altre notti, approfitto della sua rilassatezza per fargli della ginnastica e mobilità agli arti bloccati.

Lentamente, per non svegliarlo gli prendo il braccio sinistro ed inizio ad alzarlo, le mie mani scorrono sul suo gomito e le dita accarezzano la lunga cicatrice che è rimasta dopo l’intervento a Brescia per sbloccarlo dalla calcificazione e poi la sistemazione dei tendini rattrappiti da ben quattro anni.

Il freddo del braccio mi contagia ed un freddo analogo s’impossessa del mio corpo.

Le mie mani scorrono sulla ferita su cui si sente ancora al tatto, la cicatrice che aveva lasciato il filo della sutura.

Nel giardino il canto di un uccellino mi tiene compagnia e mi sembra che si complimenti con me per l’atto che sto per compiere.

Nella penombra scorgo la sagoma di Kiska, il cane Huski, acquistato da Samuel, che viene ad ispezionare la stanza in quanto mi ha sentito muovere.

La sua presenza, il valore che attribuisco a questo cane che me lo fa ritenere una parte di Samuel, contribuisce a rendermi euforico ed inizio i miei esercizi di ginnastica.

La mia mano scivola sotto il braccio, che a motivo del sonno è molto rilassato, lo alzo lentamente, il polso flesso verso il basso ed irrigidito nella sua spasticità, disegna sul mobile un’ombra strana.

Mi concentro e riconosco in lei la sagoma di un braccio metallico di una gru. E’ proprio così quest’attrezzatura così imponente fin da bambino mi affascinava e ritenevo gli uomini che la manovravano come dei piccoli maghi la sottomettevano alla loro volontà e riuscivano a costruire immobili cento volte più grandi della gru.

Questi capolavori, nel mio immaginario infantile, erano l’opera di questo mostro metallico domato da questo gruista.

Anch’io potevo essere il gruista che guidando quel braccio poteva, usandolo, arrivare a ricostruire un capolavoro, una mano d’uomo funzionante.

Inavvertitamente toccai, senza averlo prima preparato il mignolo della mano, un gemito usci’ dalla bocca di Samuel.

Mi diedi dello sciocco perché il dolore intenso avrebbe potuto far sparire la disponibilità di Samuel ad essere trattato; mi concentrai di più.

La parte più difficile consisteva nel ritmo da applicare alla ginnastica.

Infatti, l’attimo più favorevole a lavorare la mano era quando Samuel respirando, espelleva l’aria dai polmoni.

Mi misi in paziente attesa, cercai di sincronizzarmi con il suo respiro, volevo che i sui tempi fossero i miei in modo da far sì che, quando era al massimo dello svuotamento dei polmoni la sua muscolatura era più rilassata, io potessi lavorare sulle dita rattrappite e metterle in trazione prima che la successiva inspirazione le portasse ad irrigidirsi.

Questi momenti erano lunghissimi e la tensione e la coscienza che con questi esercizi, la muscolatura di Samuel riacquistasse elasticità mi metteva in tensione.

Quando sbagliavo il tempo, un gemito di dolore usciva dalle labbra di Samuel e questo mi bloccava e mi obbligava a ritornare da capo nell’attesa dell’attimo favorevole.

Durante questi minuti la mia fantasia galoppava ed andava ad un episodio del libro "Papillon", in cui l’interprete principale sedeva ai bordi della scogliera che circondava la prigione e studiava con spasmodica attenzione i tempi del riflusso del mare impetuoso per catturare l’attimo propizio in cui tuffarsi sfruttando la risacca per prendere il largo anziché essere buttato con violenza contro le rocce.

Questa sua determinazione vitale era anche la mia; consci che se fossi riuscito a sbloccare la rigidità della mano, notevoli prospettive di recupero si sarebbero aperte davanti a noi.

Finalmente dopo parecchi tentativi riuscii ad impossessarmi delle tre dita esterne della mano sinistra. esse erano docili tra le mie dita, ben allineate, senza quella sovrapposizione che gli procurava tanto dolore.

Che gioia, che bello, che estasi, poter muovere questo braccio senza che lo stesso si ribellasse. Mi sentivo uno scultore che plasma con le sue mani una nuova scultura e gli trasmette tutta la sua maestria.

Purtroppo la mia realtà era diversa ed un "ahi" mi richiamo sulla terra.

Inavvertitamente avevo dimenticato, nella manovra di trazione del medio anulare e mignolo, di procedere all’allargamento del pollice e questo bastò a far si che Samuel svegliato dal dolore ritraesse il braccio a sé non consentendomi oltre nella mia opera di recupero.

Una sensazione di sconfitta cercò di impossessarmi di me ma la gioia che avevo nel l’aver avuto, anche solo per un attimo, la mano rilassata di Samuel nelle mie fu più forte, e fu così che quella notte fu segnata nel diario delle notturne.

Se ero riuscito, anche solo per un attimo a ridare a Samuel un arto non bloccato, ciò significava che con altre dieci, cento, mille volte quella mano sarebbe potuto tornare ad appartenere al corpo di un ragazzo che miracolosamente stava tornando verso una vita regolare.

Il sonno che seguì fu bellissimo, anche stavolta il "non dire mai", seppur solo per un attimo, s’era avverato ed anche questa giornata poteva segnarla tra quelle che ci aveva visto vincitori.