capitolo dal libro  " DOMANI SI PARTE "

 

NOTTE DI TERRORE – 26/8/2000

  

E’ notte fonda, dal letto in cui sono coricato vedo Samuel che inizia a scoprirsi del lenzuolo per potersi alzare e andare in bagno.

I suoi movimenti sono lenti perché le conseguenze della paresi gli rendono rigide le gambe e ha difficoltà ad alzarle e ruotarle.

Lentamente mette le gambe a terra e si erge in piedi.    Con andatura claudicante, con passi lenti e con trascinamento del piede sinistro s’avvia verso il bagno. Un lumino da notte illumina fievolmente l’ambiente. Il suo andar lento e dondolante disegna delle ombre sul muro che sembrano danzare.

Improvvisamente questo balletto cessa. Samuel forse perché non conosce bene la camera non s’accorge, nella penombra che il mobile a cui si era appoggiato è  terminato e nessun appiglio è a portata della   sua mano  che invano si protende verso un aiuto improbabile.

 Io che osservo il suo camminare incerto proiettato sul muro, improvvisamente non lo vedo più e contemporaneamente sento un colpo.

Alzo la testa e scruto nella penombra; Samuel si sta flettendo in avanti, la paura che possa cadere e farsi male mi assale improvvisa.

D’un balzo, lancio lontano il lenzuolo che mi ricopriva e mi alzo in piedi.

Purtroppo Samuel non avendo più un appiglio perde l’equilibrio e cade in avanti.

Una poltrona è vicinissima al suo punto di caduta, la paura mi attanaglia ma il desiderio  di proteggerlo ed aiutarlo mi fa scavalcare il letto matrimoniale d’un balzo.

Prego e spero che non si faccia male in questa frazione di secondo, Samuel cade a ginocchia giunte e protende la mano destra in avanti per afferrare un mobile che gli è vicino, purtroppo manca la presa ed il suo corpo come un fuscello piegato dal vento si protende in avanti.

Spero di riuscire a raggiungerlo mentre la testa dal contraccolpo si flette verso il pavimento.

No la testa no, non voglio che la batta, è già stata al centro dell’incidente in moto di quattro anni e mezzo fa’, e non deve subire altri traumi.

Purtroppo, tutta la mia velocità non basta.

La presenza a sinistra del braccio rattrappito da paresi non gli consente di allungare la mano sinistra per irrigidire il corpo che ruota  su se stesso.

“Samuel aspettami, sto arrivando sono qui vicino a te”.

Ma la mia vicinanza mi consente solo di essere spettatore all’impatto che la testa fa col pavimento.

E’ un colpo sordo, con tonalità basse ma il rumore che fa nel mio cervello è devastante.

La paura mi attanaglia, la memoria corre al momento dell’impatto del suo corpo con l’asfalto al momento dell’incidente. Anche se non ero presente quella scena l’ ho vista  cento volte con l’immaginazione.

Un tremore mi pervade, penso che non è possibile che il mio Samuel si sia fatto male.

La speranza però viene contrastata dalla paura e dal terrore che questo trauma possa ledere ulteriormente le sue capacità già così provate.

Il corpo di Samuel è ai miei piedi ed un gemito lieve esce dalla sua bocca.

“Samuel, Samuel” chiamo, “dimmi cosa hai e se hai dolore?” Lui da terra mi guarda e mi dice che ha dolore al lato sinistro che ha battuto sul pavimento.

Lentamente lo alzo e prego. Prego perché questa notte non abbia ad essere un altro momento negativo della sua vita già martoriata. Di una vita a cui hanno già rubato quasi cinque  anni di gioventù.

  Andiamo in bagno e con una salvietta tampono la botta. Questa si macchia di rosso, è sangue! Questo mi terrorizza mi dico che non è possibile vivere una vita così, di dolore e sofferenza, tutte le angosce e le visioni pessime di tutta questa tragedia mi passano davanti agli occhi e mi sento disorientato. In una stanza d'albergo, Samuel ed io da soli chiusi in un bagno con una salvietta che si sta colorando di rosso, con questo corpo indifeso nelle mie mani e con  due occhi che mi chiedono sicurezza.

Accarezzo la ferita e sento che sotto le mie dita c’è una protuberanza. Mi sento indifeso, pauroso, terrorizzato, il mio corpo trema ma il cuore no, mi dice che la paura non è un lusso che posso permettermi e che non sono io il ferito ma è Samuel.

Questa riflessione ha la capacità di scuotermi e rivolgo un pensiero alla Madonna ed una improvvisa determinazione si impadronisce del mio essere.

E’ Samuel che è ferito, è Samuel che necessita di cure e che sono io che devo somministrargliele.

Apro il frigorifero, prendo il ghiaccio lo avvolgo in un tovagliolo e comincio a passarlo sulla zona che nel frattempo si è gonfiata.

Mentalmente  ripasso l’opuscolo del pronto soccorso con tutti gli interventi che si fanno in questi casi. Il problema maggiore è il trauma cranico e l’eventuale sonnolenza che precede un intorpidimento e che  può sfociare in svenimento o  ancor peggio in coma.

Questa parola ha la capacità  di scuotermi definitivamente. Samuel non può e non deve ritornare in uno stato in cui si è già trovato per sette mesi.

Lo tranquillizzo, gli parlo lentamente, lo rassicuro raccontandogli degli episodi che possono sgravare l’atmosfera.

Per farlo sorridere gli dico che per rompersi le corna non c’è bisogni di battere la testa in terra. Questa battuta gli scioglie la paura e comincia a rilassarsi.

A questo punto so che bisogna continuare a farlo parlare e verificare che le risposte sono razionali. Incomincio le tabelline matematiche e verifico che le risposte siano corrette. Prendo una pila e verifico la lesione. Nell’impatto della testa con il pavimento si deve essere rotto un capillare da cui spillava il sangue mentre un grosso bitorzolo fa da contorno al taglio.

Lentamente ci alziamo e lo rimetto a letto.

Mentre la mia voce è ferma e rassicurante le gambe mi tremano al pensiero del pericolo che ha corso. Bastava un niente e la testa invece di battere in terra avrebbe potuto battere nello spigolo della poltrona in ferro vicinissimo al punto di caduta e senz’altro il danno sarebbe stato molto più devastante.

Ormai abbiamo raggiunto il letto, lo sistemo con amore, lo copro e mi sdraio accanto a lui.

Recitiamo assieme un Ave Maria che scandisce senza errori per cui mi tranquillizzo ulteriormente.

L’importante è che non cada in uno stato di incoscienza per cui  mentre  continuo a tamponargli col ghiaccio la testa utilizzo come contaminuti il rosario, per cui ogni cinque preghiere tolgo il ghiaccio lo sveglio e gli faccio delle domande.

Pian piano una spossatezza si impossessa delle mie membra e raggiungo un sonno ristoratore.

Un sole caldo che filtra dalle fessure delle tapparelle mi sveglia all’improvviso.

E’ mattina, il mio Samuel dorme rilassato accanto a me, mentre il ghiaccio nel tovagliolo sciogliendosi ha bagnato tutto il mio cuscino.

Lo chiamo e mi risponde con un sorriso che mi ripaga di tutte le tensione e paure della notte.

Un bernoccolo sulla  testa è la prova di questa nuova avventura  che ho vissuto con Samuel . Il sole comincia ad essere alto nel cielo ed una nuova radiosa giornata ci aspetta da vivere insieme.